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The classics revisited - Gone with the Wind

Ottobre 2017
Margaret Mitchell pubblica solo un romanzo nella vita, una storia d’amore epica sullo sfondo della guerra civile americana: Via col vento. Il successo è travolgente: Premio Pulitzer nel 1937, la sua popolarità è stata superata solo dal famoso adattamento cinematografico due anni dopo che ha vinto otto Oscar.

di Margaret Mitchell | Translated by Graziella del Ciuco

File audio:

A scene from the 1939 film Gone with the Wind starring Clark Gable and Vivien Leigh. The film was based on the novel by Margaret Mitchell, published in 1936.
A scene from the 1939 film Gone with the Wind starring Clark Gable and Vivien Leigh. The film was based on the novel by Margaret Mitchell, published in 1936.
The movie poster
The movie poster

Speaker: Molly Malcolm (Standard American accent)

(sotto traduzione in italiano)

Scarlett O’Hara was not beautiful, but men seldom realized it when caught by her charm as the Tarleton twins were. In her face were too sharply blended the delicate features of her mother, a Coast aristocrat of French descent, and the heavy ones of her florid Irish father. But it was an arresting face, pointed of chin, square of jaw. Her eyes were pale green without a touch of hazel, starred with bristly black lashes and slightly tilted at the ends. Above them, her thick black brows slanted upward, cutting a startling oblique line in her magnolia-white skin – that skin so prized by Southern women and so carefully guarded with bonnets, veils and mittens against hot Georgia suns.  
Seated with Stuart and Brent Tarleton in the cool shade of the porch of Tara, her father’s plantation, that bright April afternoon of 1861, she made a pretty picture. Her new green flowered-muslin dress spread its twelve yards of billowing material over her hoops and exactly matched the flat-heeled green morocco slippers her father had recently brought her from Atlanta. The dress set off to perfection the seventeen-inch waist, the smallest in three counties, and the tightly fitting basque showed breasts well matured for her sixteen years. But for all the modesty of her spreading skirts, the demureness of hair netted smoothly into a chignon and the quietness of small white hands folded in her lap, her true self was poorly concealed. The green eyes in the carefully sweet face were turbulent, willful, lusty with life, distinctly at variance with her decorous demeanor. Her manners had been imposed upon her by her mother’s gentle admonitions and the sterner discipline of her mammy; her eyes were her own.  

On either side of her, the twins lounged easily in their chairs, squinting at the sunlight through tall mint-garnished glasses as they laughed and talked, their long legs, booted to the knee and thick with saddle muscles, crossed negligently.  Nineteen years old, six feet two inches tall, long of bone and hard of muscle, with sunburned faces and deep auburn hair, their eyes merry and arrogant, their bodies clothed in identical blue coats and mustard-colored breeches, they were as much alike as two bolls of cotton.  

Outside, the late afternoon sun slanted down in the yard, throwing into gleaming brightness the dogwood trees that were solid masses of white blossoms against the background of new green. The twins’ horses were hitched in the driveway, big animals, red as their masters’ hair; and around the horses’ legs quarreled the pack of lean, nervous possum hounds that accompanied Stuart and Brent wherever they went.  A little aloof, as became an aristocrat, lay a black-spotted carriage dog, muzzle on paws, patiently waiting for the boys to go home to supper.  

Between the hounds and the horses and the twins there was a kinship deeper than that of their constant companionship. They were all healthy, thoughtless young animals, sleek, graceful, high-spirited, the boys as mettlesome as the horses they rode, mettlesome and dangerous but, withal, sweet-tempered to those who knew how to handle them.  

Although born to the ease of plantation life, waited on hand and foot since infancy, the faces of the three on the porch were neither slack nor soft.  They had the vigor and alertness of country people who have spent all their lives in the open and troubled their heads very little with dull things in books. Life in the north Georgia county of Clayton was still new and, according to the standards of Augusta, Savannah and Charleston, a little crude.  The more sedate and older sections of the South looked down their noses at the up-country Georgians, but here in north Georgia, a lack of the niceties of classical education carried no shame, provided a man was smart in the things that mattered.  And raising good cotton, riding well, shooting straight, dancing lightly, squiring the ladies with elegance and carrying one’s liquor like a gentleman were the things that mattered.  

In these accomplishments the twins excelled, and they were equally outstanding in their notorious inability to learn anything contained between the covers of books. Their family had more money, more horses, more slaves than any one else in the County, but the boys had less grammar than most of their poor Cracker neighbors. 


Scarlett O’Hara non era bella, ma gli uomini raramente se ne rendevano conto quando venivano catturati dal suo fascino, come accadeva ai gemelli Tarleton. Sul suo volto erano mescolati troppo nettamente i lineamenti delicati della madre, un’aristocratica della costa di origini francesi, e quelli decisi del florido padre irlandese. Ma era un viso che attirava l’attenzione, con il suo mento appuntito e la mascella quadrata. Gli occhi erano di un verde chiaro senza alcuna sfumatura di nocciola, tempestati di spesse ciglia nere, ed erano leggermente inclinati verso l’alto. Sopra di essi, le folte sopracciglia nere curvavano all’insù disegnando una sorprendente linea obliqua sulla pelle chiara di magnolia – quella pelle tenuta così in considerazione dalle donne del Sud e così attentamente custodita con cuffie, veli e guanti per proteggerla dai caldi soli della Georgia.

Mentre stava seduta con Stuart e Brent Tarleton nella fresca ombra del porticato di Tara, la piantagione di suo padre, quel luminoso pomeriggio di aprile del 1861, la sua era proprio una bella immagine. Il nuovo vestito verde a fiori di mussola spandeva i suoi dodici metri di tessuto ondulato sopra le crinoline e si abbinava perfettamente alle calzature verdi in marocchino con il tacco basso che suo padre le aveva da poco portato da Atlanta. L’abito metteva in risalto alla perfezione il vitino di una quarantina di centimetri, il più sottile in tre contee, e il corsetto molto aderente mostrava seni ben sviluppati per i suoi sedici anni. Tuttavia, nonostante la pudicizia delle ampie gonne, il contegno dei capelli raccolti compostamente in uno chignon e la quiete delle piccole mani bianche giunte in grembo, la sua vera essenza era mal celata. Gli occhi verdi nel volto diligentemente dolce erano agitati, ostinati, smaniosi di vita, nettamente in conflitto con la sua condotta decorosa. Il comportamento le era stato imposto dagli amabili avvertimenti della madre e dalla disciplina più austera della bambinaia; ma gli occhi erano proprio i suoi.

Ai due lati di Scarlett i gemelli erano adagiati tranquillamente sulle sedie, strizzando gli occhi alla luce del sole attraverso gli alti bicchieri guarniti di foglioline di menta, e ridevano e chiacchieravano, con le lunghe gambe, dagli stivali fino al ginocchio e irrobustite dalle galoppate, accavallate con negligenza. Diciannove anni, oltre un metro e ottanta, di ossatura lunga e muscolatura robusta, con facce bruciate dal sole e capelli color castano ramato, gli occhi allegri e arroganti, i corpi vestiti in soprabiti blu identici e pantaloni alla cavallerizza color senape, erano simili come due fiocchi di cotone.

Fuori il sole del tardo pomeriggio scendeva obliquo sul cortile, avviluppando in una luminosità sfolgorante gli alberi di corniolo che erano compatti ammassi di boccioli bianchi sullo sfondo dell’erba nuova. I cavalli dei due gemelli erano legati nel vialetto d’accesso, animali imponenti, rossi come i capelli dei loro padroni; e intorno alle zampe dei cavalli faceva baruffa la muta dei cani da caccia che accompagnavano Stuart e Brent ovunque andassero. Un po’ distante, come si addiceva a un aristocratico, era sdraiato un cane da carrozza maculato di nero, con il muso sulle zampe, che aspettava pazientemente che i ragazzi tornassero a casa per la cena.

Tra la muta dei cani e i cavalli e i gemelli c’era un’affinità più profonda di quella che poteva derivare dalla loro costante compagnia. Erano tutti giovani animali in salute e avventati, agili, aggraziati, allegri, i due ragazzi impetuosi quanto i cavalli che cavalcavano, impetuosi e pericolosi ma, per lo più, di buon carattere con coloro che sapevano come prenderli.

Anche se nati nell’agiatezza della vita nella piantagione, serviti e riveriti sin dall’infanzia, i volti dei tre sotto il porticato non erano né indolenti né molli. Avevano il vigore e la prontezza di gente che vive in campagna e ha passato tutta la vita all’aperto, e ha incomodato molto poco la testa con le cose noiose contenute nei libri. La vita nella contea di Clayton, nel Nord della Georgia, era ancora agli inizi e, secondo gli standard di Augusta, Savannah e Charleston, un po’ primitiva. Le regioni del Sud, più tranquille e più antiche, guardavano dall’alto in basso i Georgiani del Nord, ma qui, nella parte settentrionale della Georgia, la mancanza delle finezze dell’educazione classica non era sentita come una vergogna, purché un uomo fosse in gamba nelle cose che contavano realmente. E coltivare un cotone di buona qualità, saper cavalcare bene, sparare con precisione, ballare con agilità, fare da cavaliere alle signore con eleganza e reggere l’alcol da galantuomo erano le cose che contavano.

In queste abilità i gemelli eccellevano, ed erano altrettanto notevoli nella loro famigerata incapacità di imparare qualsiasi genere di cosa fosse contenuta tra la prima e l’ultima pagina di un libro. La loro famiglia possedeva più denaro, più cavalli, più schiavi di chiunque altro nella contea, ma i due ragazzi conoscevano meno grammatica della maggior parte dei loro vicini poveri in canna.

 


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